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Prove di vita

Donatella Marchi dove mai nasconde la sua vocazione teatrale è difficile percepire e comprendere: ma un certo sano furore femminile la garantisce e le dà ardire di continuare pericolosamente nei suoi esercizi. E da dove parta per i suoi esercizi teatrali, non è facile dire se non da una umiltà tutta sua e da una pericolosità di approccio piuttosto decisa. In queste prove di lavoro vengono fuori certi suoi intendimenti segreti e un certo suo amore per la costruzione del disegno, che risultano appropriati alla distanza e degni di risalto. Ella di fatto procede per affetto e per segni, per arditezza tale da raccogliere affetti e urti, ciò è bene che avvenga in codeste prove di lavoro ininterrotto, ove mescola con sfrontatezza movimenti e sentimenti tutt'altro che ovvii o di riporto. C'è un ardore segreto che la sorregge e una dolcissima mania che la perseguita: questa visita il suo sogno ed è disarmante quanto trainante: non si persegue simile scelta se non avendo sfrontatezza di fondo e umiltà di sano approccio. In questo senso la segreta pazzia che afferra la Marchi durante le sue prove di vita è piuttosto singolare e innocente e degna dei segni che correttamente compone e mette allo sbaraglio per sé e per noi tutti; ne risulta una scrittura accattivante e sgraziata degna della migliore sorte. E' quel che le è capitato lavorando su Proust a suo tempo; questa volta le capita di usare la stessa malinconia di allora, in più la persuasività del gesto del corpo. Un simile esercizio va rispettato per la natura interna del lavoro e per il suo uso naturalmente accattivante. Ella dà il meglio di sé nelle sue scelte e nei pericoli che esse comportano, bisogna inseguirla nei suoi segreti e superarla nei suoi momenti rappresentativi. E' qui, in questa zona d'ombra, tra le più audaci e il suo rimanere timida, che viene allo scoperto la sua voglia segreta di andare oltre il suo stesso sentire e di afferrarsi ai momenti di una cultura negata.

Come regista ha bisogno di usare il teatro come vita, per non rimanere prigioniera di schemi rappresentativi. Non c'è possibilità di resistere alle sue prove tanto esse risultano accattivanti e a loro modo infelici. I suoi ragazzi la seguono confortandola nel suo disegno, non sopraffacendo quel che ella intende proporre e non rendendo l'esercizio una prova d'accademia, senza peraltro toglierle misura. La Marchi in tal maniera si offre come esempio di ricerca a suo modo naturale e composito, liberale e trasparente. Credo che le sue prove abbiano una vitalità nascosta degna della migliore sorte. In tanti anni che mi capita di seguirla non mi è mai successo di coglierla in fallo, tanto è fedele al movimento del suo cuore e all'impulso dei suoi elementi. Da lei bisogna aspettarsi ogni svolta, uno scarto di una cultura imprevedibile, che la rende fragile e disponibile come tutti coloro che la seguono in quanto animatrice e regista.

Giuseppe Bertolucci

Dalla presentazione dello spettacolo Stasera b'sogna dej al Festival SANTARCANGELO DEI TEATRI 1991, che il Teatro CUST di Urbino e Donatella Marchi assume a modello nell'indicazione di metodo della propria ricerca teatrale ed attività artistica, in memoria di un critico che ha fortemente inciso nelle scelte della nuova drammaturgia anni '90.

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